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SguardoVerde

giovedì, 15 maggio 2008

Cena per uno

Mezza vaschetta di gelato dulce de leche per capire che l'etichetta "gusto dell'anno" è stata apposta con ragione dagli esperti marketing della Algida. Una decina di asparagi bolliti per provare che i fornelli di Renzo Piano servono anche a cucinare. Un vasetto di activia avena e noci per darsi un tono guardando Lost. E fortuna che domani inizio ufficialmente il mio allenamento per la mezza maratona.
partorito dalla mente perversa di mimidef alle 23:35 | link | commenti (8)
casa, trash, milan, primavera, ordinary life, palestra, sdrammatizziamo


martedì, 26 febbraio 2008

Partiti, perduti

Qualcosa che ho letto diceva più o meno che le persone che se ne vanno contano sempre più di quelle che restano. E quando leggo qualcosa che mi fa sentire colpevole cerco subito di correre ai ripari. Come per gli articoli sulle diete o i manuali di buone maniere: dopo averli sfogliati vado di corsa in palestra cercando di tagliare una bistecca sul tapis roulant, ma senza sollevare i gomiti e ignorando chi starnutisce perché non si dice "salute". Insomma, da queste parti siamo in vena di cambiamenti. Ho un paio di occhiali da sole giganti e rossi e scritte stupide sull'agenda, e forse anche corsi di cucina e teglie imburrate e da buttare. Ho gli amici, quelli stupidi che mi chiamano in mille modi diversi e mi prendono in giro perché quando mi sveglio non mi va di parlare con nessuno. Quelli che sono sempre gli stessi, che forse sono partiti ma, è vero, non sono perduti.

partorito dalla mente perversa di mimidef alle 21:59 | link | commenti (20)
cuore, palestra, distanza, sdrammatizziamo


giovedì, 30 novembre 2006

Addominali

“Fare gli addominali è un esercizio molto più difficile di quanto si creda. Richiede una grande concentrazione”. Io lo guardo dal basso verso l’alto, incapace di mettere insieme in una sola frase due termini tanto distanti tra loro: “concentrazione” e “addominali”. Mi vedete? Sono in palestra, sdraiata sulla panca delle torture, e biascico parole di assenso all’indirizzo di due occhi castani, situati da qualche parte sopra un metro e novanta di elaborata perfezione. Lui verosimilmente si chiama Alberto, e se non ne sono tanto sicura è perché quando mi ha stretto la mano pronunciando il suo nome io ero troppo impegnata a riassestarmi la mandibola – spalancata in devota contemplazione - per capirci qualcosa. Quel che invece mi ci è voluto poco per capire è che Alberto è uno dei motivi validi – oltre ai quattrini spesi e ai chili accumulati – per mettere piede in quel concentrato di spocchia e vanagloria, mista ad anoressia e becerume, che è la mia palestra. Intendiamoci, eh, che la mia palestra la adoro (allenarsi con il famoso cantante che anche lui suda e arranca sulla cyclette non ha prezzo), anche se al bar non servono carboidrati nemmeno se gli punti una pistola alla tempia, anche se nello spogliatoio sono l’unica donna-mela in mezzo a una foresta di donne-sedano (geneticamente modificate, però, grazie all’ausilio di valide protesi in collagene e/o silicone).
Alberto, dicevo, è uno di quei simpatici garzoni con l’elegante polo nera riservata agli istruttori. (Che guai se li confondi con gli uomini dalle polo azzurre: quelli sono i personal trainer, tutti impegnati a lucidarsi i tricipiti e a squadrare il culo della pupilla cui offrono i loro servigi).
Gli istruttori sono dotati di fisico asciutto e tonico (menzione speciale va al loro derriére, poco noto alle leggi della gravità), ti chiamano “tesoro” o “amore” perché fa figo ostentare confidenza posticcia, hanno velleità poetiche e ogni tanto ti dicono frasi del tipo “l’attività aerobica è come il mare e il grasso è come uno scoglio. Il mare si infrange sullo scoglio e lentamente, ma inesorabilmente, lo smussa”.  Vaglielo a spiegare lo stress che si prova a girare con le bianche scogliere di Dover sulla panza…
E niente. Io sto ancora sdraiata sulla panca delle torture quando Lui mi fa: “Allora tesoro, li senti?”
Boccheggio ormai, ma non posso non togliermi questa soddisfazione: prolungare il più possibile l’agonia su questa panca vista figo. “Non ne sono troppo sicura”, dico. Preso a compassione, il BS (bono supremo, come è stato gentilmente soprannominato dalla mia amica E.) si avvicina e, con un gesto lento e disinvolto, solleva con due dita i lembi della polo nera. “Ma certo, tesoro! Non hai respirato bene. Fai come me. Vedi, qui – si tocca l’addome marmoreo - come si tendono gli addominali?”.
Non credo di vedere. Non credo di vederci proprio. Devo essere svenuta.
“Se non respiri bene ti si forma una bolla proprio qui – tocca la mia sacra scogliera di Dover – e anche qui, capito tesoro?”.
Ho capito, sono pronta. Alberto, avevi ragione tu: fare questo esercizio richiede una grande concentrazione. E io adesso sugli addominali mi sento concentratissima. Sui tuoi, però.

partorito dalla mente perversa di mimidef alle 01:32 | link | commenti (21)
milan, palestra, sdrammatizziamo





Cialtronerie in salsa neo romantica