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SguardoVerde

venerdì, 13 giugno 2008

Vuoto a rendere

Quando hai freddo e non trovi il maglione, anche se è giugno e l'anno scorso già facevi a pugni con le zanzare. Nel momento esatto in cui la serratura fa il suo scatto, e posi a terra la borsa ma le chiavi non sai mai dove metterle. Nel suo sguardo che ti attraversa e va dove tu non sei più, dove i tuoi problemi si mescolano con il rumore di fondo e quel che le interessa è sapere se anche domani pioverà. Dentro il vagone nuovo della metropolitana, quello che sa di disinfettante , mentre perdi la fermata perché cerchi l'Ipod nella sacca del calcetto. Quando spegni la luce ma sei ancora sveglio. E vorresti parlare o forse ascoltare  o magari stare solo per sempre. Dentro una pagina bianca in cui scrivi il mio nome, poi lo cancelli e ritorni a dormire.
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domenica, 08 giugno 2008

Come eravamo

Si finisce sempre per piangerci sopra. Anche se hai letto l'avvertimento "contiene solfiti" e conosci a memoria la canzone. Il vino ha tredici gradi e la mente incolla in una sola tutte le facce che mi hanno fatto disperare. Ha un che di patetico, questo guardare vecchi film su una poltrona sfondata mentre il mondo fuori piove tutte le sue gocce, mentre l'etichetta col drago e quelle strane iniziali mi si appannano davanti agli occhi. Robert Redford è solo un altro uomo codardo come ce ne sono tanti, ma è molto più bello della media. Alla fine del film  c'è Barbra Streisand che ha rinunciato alla messinpiega ma non agli ideali, e io che mi sporco le guance di mascara.

(Qui una colta citazione.)


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cuore, film, ordinary life


giovedì, 15 maggio 2008

Cena per uno

Mezza vaschetta di gelato dulce de leche per capire che l'etichetta "gusto dell'anno" è stata apposta con ragione dagli esperti marketing della Algida. Una decina di asparagi bolliti per provare che i fornelli di Renzo Piano servono anche a cucinare. Un vasetto di activia avena e noci per darsi un tono guardando Lost. E fortuna che domani inizio ufficialmente il mio allenamento per la mezza maratona.
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lunedì, 05 maggio 2008

Vernice bianca

Mi sono rassegnata a ignorare il persistente odore di vernice che avvolge la mia vita da quando mi sono trasferita. Che la gente entra e dice sempre "che buon odore di nuovo!", ma io lo so che prima o poi quegli effluvi mi uccideranno. Spero solo che accada nel sonno, mentre mi rotolo convulsamente nel materasso a molle insacchettate che mi è costato uno stipendio, e spero solo che, a decesso avvenuto, nei siti d'informazione non pubblichino foto in cui ho il doppiomento o imbarazzanti abiti di carnevale. Mi sono rassegnata, dicevo, e nell'attesa leggo giornali d'arredamento e passo i pomeriggi di vacanza ad asciugare bicchieri. Uno pensa che il segreto dell'equilibrio stia in una scatola di antidepressivi. E invece no: basta asciugare i bicchieri. A volte anche le posate, ché i residui di calcare sono una fonte d'ansia non trascurabile, e quando hai finito puoi sempre studiare i manuali d'uso degli elettrodomestici - rigorosamente classe A - e cambiare la disposizione delle mutande nei cassetti. Ogni tanto mi fermo e, nel silenzio raggelante di tutto questo bianco, mi metto a ridere. Non c'è niente di mio nell'ordine nevrotico della cucina o nella disposizione rigorosa delle magliette nei cassetti. Io sono altrove. Negli scatoloni mezzo ammuffiti in cui ho rinchiuso i miei libri in attesa di dimora, nelle lettere sgualcite e mai spedite, in quelle fotografie in bianco e nero nascoste chissà dove.
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giovedì, 24 aprile 2008

Nei segni sui muri

Se c'è qualcosa di poetico nelle parole "subentro" e "fornitura" ed "elettrica" me lo sono perso chissà dove, tra un mestolo arrugginito e delle presine macchiate di sugo. Perché, checché ne credano gli inguaribili ottimisti di cui amo circondarmi, nel cambiar casa non c'è niente di entusiastico. L'entusiasmo, quello arriva dopo. Arriva con i plaid consumati dentro i quali avvolgersi e con il portiere che azzecca la casella giusta dove impostarti le lettere. Avviene con la consuetudine e i piccoli sfizi che portano il tuo nome. Ma chi ha abbandonato una casa che ha molto amato lo sa: separarsene è come perdere un affetto. In quella che sarà presto la mia ex dimora i muri spogli portano addosso i segni dei quadri ormai partiti e un senso di tristezza che non ce n'è. La casa piano piano sta tornando brutta com'era quando l'abbiamo presa. E io mi guardo andare via da sola e senza troppa convinzione.
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casa, ordinary life, trasloco


giovedì, 10 aprile 2008

Sposerò un traslocator

Una vorrebbe aver fatto meglio i suoi calcoli, vorrebbe averci capito qualcosa di espressioni ed equazioni e algebra quando aveva il maldipancia il lunedì, ché c'era matematica alla prima ora. Perché poi finisce che una si costruisce una vita, legge dei libri e fa delle scelte. Tra queste, la più ferale: vuole circondarsi d'uomini pieni d'acume e intelligenza. Cosa importa degli addominali se hai letto tutto Proust? Che me frega della forza bruta se sei un fanatico del cinema d'essai? E allora via, a inseguire occhialuti intellettuali sciantosi radicalscic registi in erba ricercatori sfasciati giuristi pentiti scrittori mai pubblicati. E' che poi la vita, inevitabilmente, ti porta davanti ad altre domande. Tipo, cosa farsene dell'acume quando fuori piove e dentro ci sono scatoloni da trasportare o da riempire con padelle e bicchieri incartati uno a uno? Cosa resta dell'intelligenza quando ti trovi a dover scegliere tra venti modelli di rubinetti da lavello, cinque diverse assi del cesso, quarantacinque sfumature di colore per un pensile ignudo? Ecco che, tutto a un tratto, una vorrebbe aver sposato un traslocatore. Ma non è mai troppo tardi per porre rimedio ai propri errori di gioventù. E, in attesa di essere salvata dal camionista della porta accanto, mi delizio guardando la sua versione vip.

 

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martedì, 01 aprile 2008

Foglio bianco

Per quello che senti e non puoi spiegare, perché puoi scavare quanto vuoi ma semplicemente non trovi le parole. Quando capisci che scrivi per vivere e non vivi più per scrivere è come se si inceppasse qualcosa e tutto il mondo diventasse la scenografia di remunerative perdite di tempo. Come rispondere al telefono con voce gioiosa o premere lo stesso pulsante centinaia di volte. In situazioni come questa è più facile preoccuparsi per gli altri che per se stessi. Lasciare che la maionese marcisca in frigo e che la sveglia ci trovi sempre dalla stessa parte del letto. Chiedere aiuto nei modi più impensati e, nello stesso tempo, chiudere la porta a ogni possibile cambiamento. Per quello che sento e che non so più spiegare, perché forse non ne sono più capace.
(in cambio, chissà poi perché, lascio questa canzone)
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lunedì, 10 marzo 2008

Fattore ics

La mia vita è deteriorata irreversibilmente e me ne accorgo addentando l'ennesima galletta al polistirolo. Dicono sia riso soffiato pressato, ma io so che è solo polistirolo avanzato dagli uffici: lo riconosco dal sublime sapore di niente che mi gonfia lo stomaco a fine giornata. Ed è così, addentando l'ennesima galletta al polistirolo, che mi scopro a guardare con un barlume di lussuria negli occhi le immagini Francesco Facchinetti che scorrono in televisione. Sì, perché oggi ho deciso di toccare il fondo. Alle nove la redazione è deserta. Ci sono solo io, il linoleum che si stacca dal pavimento e due pacchetti di gallette di riso. Non voglio sapere perché Morgan abbia accettato di partecipare a Ics Factor, anche se intuisco che è qualcosa che ha a che fare con debiti di droga e dissolutezza. Quel che voglio sapere, adesso, è: perché io lo sto guardando? Intuisco che è qualcosa che ha a che fare con mancanza di droga e troppa poca dissolutezza. E allora mangio un'altra galletta, mi metto comoda in poltrona e decido di smetterla di farmi domande di cui, in realtà, non ho nessuna voglia di conoscere le risposte. 

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domenica, 10 febbraio 2008

Di magliette cadute e attese infinite

Ho aperto in pigiama al vicino del piano di sopra che gli è caduta la maglietta sul mio stendipanni e per poco non morivo di vergogna perché chi se lo aspettava dopo tre anni un vicino coetaneo e belloccio? Non io, non adesso. Non lo so, c'è questo spiraglio di passato che a lasciarlo passare ci sto male, e c'è questo peso nel petto di chi dice troppo spesso massì che va tutto bene. Che fai, dubiti? La verità è che siamo qui, aspettiamo, facciamo cose, mandiamo messaggi salvo poi pentircene, prendiamo treni, ci sporchiamo colla salsa del kebab, aspettiamo e aspettiamo e aspettiamo ancora. Io, per esempio, aspetto di imparare a guidare, di trovare un letto col contenitore e due gatti e qualcuno che mi voglia così bene da accollarsi uno stress da trasloco, me, i miei scatoloni e qualche centinaio di mobili ichea da montare. Ma c'è anche chi aspetta di sapere cosa ne sarà della sua vita e dei suoi calzini dispersi nell'altro emisfero. C'è chi aspetta il disamore come si agognerebbe una promessa di eterna fedeltà. C'è chi aspetta di crescere, chi aspetta l'autobus, chi aspetta un esame. I più aspettano che passi, ma sono tristi. A me piacciono quelli che non sanno aspettare e ti chiamano in anticipo e pazienza se non è ancora mezzanotte e allora auguri lo stesso, ti voglio bene.
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sabato, 05 gennaio 2008

Malpensa

Ragionavo di niente, più o meno come si fa quando si aspetta l'autobus la sera. Ogni tanto buttavo l'occhio sull'enorme cartellone Versace sopra la mia testa: Patrick Dempsey, fintamente spettinato, mi faceva sperare in un mondo migliore, nel quale gli aerei non ritardano e la neve non cade invano. Ogni tanto scivolavo in un sonno scomodo e mi abbandonavo a sogni brevi e sconnessi. Lì dentro me ne andavo senza averti conosciuto e qualcuno (forse io stessa) cadeva per terra coprendosi la faccia con le mani. Mi svegliavo digrignando i denti, sistemavo i piedi sopra la valigia e ricominciavo ad aspettare.
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venerdì, 19 ottobre 2007

Nulla cambia, tutto cambia

Improvvisamente la notte si è fatta gelida e fuori è pieno di gente che non trova in tasca l'accendino. A Palermo invece gli alberi sono quadrati e non c'è modo di perdersi senza incontrare sempre le stesse persone. In un certo senso ci sono tornata, ripulendo le borse da vecchi scontrini e numeri di telefono a cui non risponde più nessuno. E dire che non mi sono mossa da qui. Mi ostino a credere nel fatalismo, riciclo sempre le stesse battute, leggo i giornali al contrario e guardo i miei errori che cambiano, perché mi piace credere che si aggiustino da soli.
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lunedì, 24 settembre 2007

O Valencia!

Bevi perché hai trovato quel foglietto o hai trovato quel foglietto dopo aver bevuto? E tra le domande incompiute, oltre a quelle che ronzano intorno a parole senza senso scritte in una grafia da bambino, ce ne sono altre, e più prosaiche. Il lavoro sembra una presa in giro: cosa sto facendo e a quale prezzo e perché qui. Qui è un posto senza nome che sto finendo per odiare. E dopo l'estate che mi è scivolata in mano lasciandomi solo polvere sul televisore e frasi assurde nelle orecchie -  poi ti paghiamo, è il tuo futuro e sarà bellissimo - ecco: dopo tutto questo c'è solo un letto sul quale accasciarsi. La settimana enigmistica da compilare ascoltando gli Smiths e la nostalgia delle domeniche mattina da svegliarsi tardi e chiederti ma facciamo pranzo o colazione? Io oggi sogno un aereo e scappare senza neanche voltarmi. Comunque, quando non sai cosa fare, non fare niente. Questo almeno dice mio padre.
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domenica, 26 agosto 2007

Tecniche di vita urbana

Non mi piace rimanere a casa la domenica, ma quando sono qui è l'unica cosa che so fare. Se non sono in giro per l'Italia (alle prese con treni sempre in ritardo), rimango tra queste quattro mura a far finta di pulire l'appartamento. Comincio con entusiasmo, metto a soqquadro gli armadietti di bagno e cucina, li pulisco con il detersivo blu a spruzzo con indosso i guanti di lattice da killer. Poi, a un certo punto tra il bucato da stendere e il mocio da passare, la stanchezza prende il sopravvento. Mi addormento circondata dalle parole crociate di Repubblica, accuratamente ritagliate dai giornali vecchi, compilate a volte per intero, ma mai a metà. Intorno alle cinque mi sveglio, mi ricordo che non ho pranzato e metto su l'acqua per il riso: l'unico alimento sopravvissuto a queste finte pulizie di fine estate.
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sabato, 28 luglio 2007

Smentita

Un'amica mi rimprovera che questo luogo sia diventato un'imbarazzante raccolta di lamentele. Smentisco. Questa sera parliamo di cose belle, per esempio.
Oggi al supermercato un vecchietto dalla faccia bianchissima e i calzoncini corti chiacchierava in milanese con la cassiera polacca. Si capivano alla perfezione. "Non vado in vacanza dal 1993, da quando ho fatto il mutuo", le diceva. Però rideva, era allegro, e di bello c'è stato lo sguardo di complicità che ci siamo scambiati.
Oggi ho comprato, perché le cose fatte bene è meglio finanziarle, il disco di Fionn Regan, che è un irlandese giovane e bravo. Dolce ma mai disperato, riempie la mia casupola di note perfette. Alla faccia di Damien Rice che ora se la tira così tanto da suonare in Conservatori o in posti improponibili come Castellazzo di Bollate.
Oggi sono a casa con le cosce appiccicate alla sedia di plastica Ikea, e scusate se è poco. Ma penso che tutto questo caldo, senza condizionatori o ventilatori di sorta, in un certo senso mi sta forgiando. A settembre sarò pronta per il Sahara.
Sabato scorso ero a Firenze. Ho sentito Vinicio Capossela dal vivo per la seconda volta. Sotto il palco, con Arianna che cantava accanto a me e da bere, preparato da Gaia, il vino e coca cola caldo in bottiglia di plastica. E lui che, dopo L'Uomo Vivo, ha fatto quel gesto bellissimo di abbracciarci tutti, tutti insieme.
Così, giusto per dire che può capitare anche a noi irrequieti di non voler essere da qualche altra parte. Si può essere felici - non semplicemente contenti - ogni tanto.
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sabato, 21 luglio 2007

Canzone dell'appartamento

Lascio che le cose mi portino altrove, non importa dove
Quello canta, regalo di tre ore di macchina con uno sconosciuto, e io sto qui a sorridere per il primo refolo di aria fresca - fresca! - dopo quattro giorni di caldo immobile e crudele. E poi, ascolto. Il chiassoso condizionatore del vicino e le tapparelle che salgono e scendono, a seconda di chi parte e chi resta. Passo la notte a spruzzarmi addosso l'acqua col vaporizzatore per le piante e a sognare cose strane. Come il matrimonio al quale non sono stata invitata o una fuga con galli neri tra le braccia. Ma la realtà, quella se ne infischia e corre più veloce di ogni possibile immaginazione. E allora, che altro fare se non chiudere gli occhi e lasciarsi andare?
Applico alla vita i puntini di sospensione, ché nell'incosciente non c'è negazione
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mercoledì, 11 luglio 2007

Outing

I giornali sono tutti uguali. Zeppi di Veltroni e Harry Potter, di Fabrizio Corona e Valentino. Ogni tanto esco di casa e mi viene il più classico dei magoni. Sembra che anche le mie giornate siano come una mazzetta di riviste: tutte uguali. Quel che manca fa più rumore di quel che c'è, ma ho escogitato i rimedi più improbabili per non stare a sentire. Cucino, perfino. Invito a casa gente e metto in ordine alfabetico i romanzi sullo scaffale. Colleziono campioncini di cosmetici che si trovano nelle riviste e riciclo i biglietti del treno come segnalibro. Sono di una tristezza infinita. Ma non ho un week end libero da qui a metà agosto. Questa notte spenderò i soldi che non posseggo in vestiti che non mi servono, venerdì mi vestirò da ragazzina indie per andare a Torino e giovedì presidierò le edicole per avere in anteprima il mio debutto da protagonista nel mondo del giornalismo che non conta. Poi mi fermerò, smetterò di cucinare e mi ricorderò che, per quel che non c'è, vale ancora la pena cercare.
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domenica, 20 maggio 2007

Tempi moderni

Che cos'è quest'ansia di scoprire come andrà a finire? La vita non è un giallo da cui sbirciare l'ultima pagina. A mia discolpa posso dire che, nonostante le peggiori previsioni, la campanella finale è suonata senza spargimenti di lacrime. Aveva ragione quello che, due anni fa, mi disse che mi sarebbe tornato utile dilazionare il problema di ventiquattro mesi? Ma poi perché porsi domande irrisolvibili? Meglio dedicarsi alla maratona di bagagli. Fare e disfare e cercare l'ordine nell'entropia. Richiudo dentro buste trasparenti giorni di fuga sotto forma di biancheria pulita. Ogni tanto mi fermo e sorrido, penso che la vita, questo sì, è una dannata questione di tempismo. Che sarei dovuta nascere molto prima, o appena dopo. Che avrei dovuto cercarti appena in tempo per non permetterti di mischiarti al resto e seminarmi.
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martedì, 15 maggio 2007

Explosions in the sky

Cosa ci stiamo a fare qui. E' un attimo. Poi la luce, prima arancione e poi brillante e poi di nuovo scura, copre per metà il palazzo specchiato di piazzale Loreto. Sono felice di annunciare di essermi arresa. Per dissimulare parlo di scarpe e di fiocchetti esasperati, del modo giusto di brandire un ombrello, di farmaci generici e colon irritabili. Sento la mancanza di chiedermi se abbia fatto la scelta giusta, ma forse non ne avrei nemmeno il tempo. Dimentico di portare giù la spazzatura, mastico una mela seduta sul bordo della vasca da bagno, rido al telefono con qualcuno che è poco più che un conoscente. Fuori la luce è ancora atomica. Di punto in bianco mi ricordo che mentre dormivo, in aereo, ho sognato il mio funerale.
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domenica, 15 aprile 2007

Interminabile

Ho pensato anche di bere il liquore al gianduiotto che vive da un paio di mesi nella dispensa deserta. Un diversivo come tanti, e quando dico che odio la domenica qualche ragione ce l’ho. Oltretutto è primavera e i miei ritmi di vita seguono un andamento arbitrario. Mi dimentico di pranzare, vado a correre alle tre, condisco l’insalata alle cinque. Mi addormento, senza sapere come, poco prima delle otto. E quando una telefonata mi sveglia da uno dei miei soliti sogni – affetto per qualcuno cipolle che non puzzano – la luce fuori è meno brillante e a me, inevitabilmente, manca l’aria nel petto.

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mercoledì, 11 aprile 2007

Cambio di stagione

Persino lui, di solito così pacato nei giudizi, si è accasciato sul sedile dell’autobus borbottando che questo “è un periodo difficile”. Nessuno ha osato dargli torto, nemmeno la meticolosa della porta accanto, quella laureata in Cambio di Stagione che ha già ripiegato i golf in buste di plastica tutte uguali e ha trovato la giusta tonalità di calze da abbinare alle ballerine in pelle morbida. Nel frattempo, e con molta sorpresa, io non so dove siano finite le solite questioni. Poco importa del resto se a casa ti aspetta di decidere sulla sorte del piumone. “Meglio un plaid leggero con pigiama pesante o mantenere il piumone e dormire con la finestra aperta?”. Dal suo sedile d’autobus il saggio, con una punta di sarcasmo, ha preso a smontare le mie proposte: “E' come accorgersi di aver messo troppo sale nella pasta e per risolvere metterci lo zucchero”. Meno male che a pochi metri dalla fermata gli è venuta in mente la decisione del suo amico della montagna, quello stava in casa in maglietta e a un certo punto aveva freddo. “Mi metto un maglione o bevo una grappa? Vada per la grappa”. Dunque è deciso. Stanotte archivierò il piumone ma, prima di mettermi a letto, mi concederò un cicchetto. Chissà che non capiti anche a me di sognare i numeri giusti.

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martedì, 03 aprile 2007

Cronache di fine scuola

Tremano i polsi, tremano, solo davanti alle immagini di un campione di nuoto appena medagliato. Le pagine del giornale girano tra le mie mani sempre più rapidamente. E non ci si stupisce più di nulla. Litigo con estrema facilità, provo un piacere più che sottile nell’immusonirmi, mandare bigliettini sarcastici e individuare colpevoli anche quando non ce ne sono. Ogni tanto porgo le mie scuse, ma più spesso ne ricevo. E allora divengo placida e magnanima, dispenso consigli non richiesti e senza pudore canto, chiusa nella cabina di registrazione della radio, con le cuffie e il microfono inclinato. I pantaloni mi stanno larghi sulle gambe e quando mi alzo devo tirarli su con un gesto da imbranata. Mi piace stare al telefono nella stanza delle fotocopie e parlare come se niente fosse mai successo. Di ritorno dal pranzo mescolo acqua calda e fredda dalla boccia in corridoio e bevo due bicchieri di seguito, in attesa che qualcuno mi importuni. Qui dentro ho smesso di pensare a me nei termini che prima ritenevo giusti. E, se vuoi ancora saperlo, è così che mi sento oggi. Inutile, ma non ancora perduta.

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domenica, 01 aprile 2007

Sunday

Tra le cose che lasciano così, come svenute in mezzo alla stanza, c'è l'incapacità di rendere la domenica un giorno sensato. Non so come è cominciata questa storia del trucco, so solo che alle sette di sera mi sono ritrovata con gli occhi cerchiati di nero, come un panda triste, e i capelli fonati a spettinarmi le idee.
Ho dormito fino a non poterne più, oggi, e intorno alle cinque credo di essermi svegliata per i miei stessi singhiozzi. Chiamavo mamma! avvolta nel lenzuolo e piangevo perché senza gatto ero destinata alla depressione. Quella da medicinali e inedia, per intenderci. Poi è arrivato lo zio Gianfry con lo stetoscopio e la luce in fronte dichiarando solennemente che no! così non si può andare avanti e che il felino va sostituito, magari con uno più peloso e coreografico. Poi mi sono alzata e sotto la doccia ho cantato le fontane di berlucchi, le cascate di garofani senza troppo buonumore, però.
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giovedì, 22 marzo 2007

Super!

Di solito ci riconosciamo dal cestino. E non è che lo si usi perché di roba da stiparci dentro ne abbiamo poca, ma perché non c’è una volta che troviamo una moneta da un euro nella tasca dei jeans. A cinque minuti esatti dall’ora di chiusura, il negozio è tutto uno sfilare di omini e donnine col loro bravo cestino carico di yogurt latte a lunga conservazione insalata in busta pollo a petti sughi pronti. Non manca mai che mi chieda come sarebbe, questa storia di prendere il carrello. Cosa accadrebbe se mi ricordassi delle manie ecologiste e avessi davvero - come mi riprometto ogni volta - i sacchetti di stoffa nella borsa sformata.
Ogni tanto mi soffermo troppo a lungo davanti al banco frigo, incerta sulla marca di ricotta da prendere, in bilico sulla scelta della bresaola che tanto è sempre troppo cara. Allora mi si raffreddano i pensieri ed è come se potessi non dover scegliere mai più. Poi qualcuno dice che il negozio sta per chiudere e intorno alle cassiere crescono file disordinate di cestini da impilare. E finisce che anche io mi metto in coda. Pur sapendo di aver scelto, come sempre, quella sbagliata.

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Cialtronerie in salsa neo romantica