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SguardoVerde

domenica, 18 maggio 2008

Vino rosso e granita di gelsi

Se sapessi in quale scatolone sia finito il cavatappi, ecco, ora aprirei la bottiglia di rosso nascosta in cucina. Poi scriverei una di quelle lettere prive di giri di parole che sarei così sbronza da inviare, con tanto di firma. Sarebbe di consolazione per le amiche che soffrono di un dolore senza soluzione. Sarebbe di scherno per gli amici che si prendono troppo sul serio. Sarebbe di rimprovero per quelli che mi hanno lasciato andare via, e di ringraziamento per quelli che mi hanno accolto. In questa lettera qualunquista e surreale ci sarebbe posto anche per il principe di Salina. E' lui che, in giorni piovosi e claustrofobici come quelli appena passati, ritorna a popolare i miei sogni. Prima che siano le sette e un quarto (e che il bambino che abita al piano di sopra mi svegli urlando o giocando a palla sulla mia testa) noi mangiamo insieme una granita di gelsi a Mondello, in silenzio e senza macchiarci.
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casa, nonsense, sogni, milan, palermo, sdrammatizziamo, trasloco


giovedì, 15 maggio 2008

Cena per uno

Mezza vaschetta di gelato dulce de leche per capire che l'etichetta "gusto dell'anno" è stata apposta con ragione dagli esperti marketing della Algida. Una decina di asparagi bolliti per provare che i fornelli di Renzo Piano servono anche a cucinare. Un vasetto di activia avena e noci per darsi un tono guardando Lost. E fortuna che domani inizio ufficialmente il mio allenamento per la mezza maratona.
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giovedì, 31 gennaio 2008

Come sopravvivere agli addii

Funziona che esci per strada, hai voglia di chiamare qualcuno e l'unico numero che vorresti comporre è quello che non hai in rubrica. All'incirca funziona come per tutti i desideri e Dio solo sa quanto vorrei essere accondiscendente, facilmente accontentabile e per nulla irrequieta. Ma soffro di sindrome dell'abbandono e quando torno a casa, che fuori è buio da un pezzo e i camioncini dei panini mi fanno compagnia, mi chiedo se avrò la forza di chiudere tre anni in scatole di cartone e continuare da sola ad avere a che fare con questa città. Come se non fosse successo niente, come se non fosse vero che qui sei sempre importante ma mai indispensabile. Qui le persone sono intercambiabili come i pezzi di un rasoio scadente e quelle preziose, chissà perché, trovano sempre il modo di svignarsela. Per chi resta c'è ancora l'insensatezza di un bus sempre in anticipo e l'odore surreale di plastica e ammoniaca nei corridoi semi deserti. Oggi, però, non voglio pensarci. Mi piacerebbe fare le parole crociate da mia nonna e sentire i soliti discorsi inutili fatti di badanti, nozze di riparazione, cugini scemi e zie invidiose. E invece sto qui, a sperare che distanza non significhi separazione. A pensare e pazienza se nessuno può capire che ogni tanto si può volere bene, e un po' morire.
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sabato, 05 gennaio 2008

Malpensa

Ragionavo di niente, più o meno come si fa quando si aspetta l'autobus la sera. Ogni tanto buttavo l'occhio sull'enorme cartellone Versace sopra la mia testa: Patrick Dempsey, fintamente spettinato, mi faceva sperare in un mondo migliore, nel quale gli aerei non ritardano e la neve non cade invano. Ogni tanto scivolavo in un sonno scomodo e mi abbandonavo a sogni brevi e sconnessi. Lì dentro me ne andavo senza averti conosciuto e qualcuno (forse io stessa) cadeva per terra coprendosi la faccia con le mani. Mi svegliavo digrignando i denti, sistemavo i piedi sopra la valigia e ricominciavo ad aspettare.
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venerdì, 19 ottobre 2007

Nulla cambia, tutto cambia

Improvvisamente la notte si è fatta gelida e fuori è pieno di gente che non trova in tasca l'accendino. A Palermo invece gli alberi sono quadrati e non c'è modo di perdersi senza incontrare sempre le stesse persone. In un certo senso ci sono tornata, ripulendo le borse da vecchi scontrini e numeri di telefono a cui non risponde più nessuno. E dire che non mi sono mossa da qui. Mi ostino a credere nel fatalismo, riciclo sempre le stesse battute, leggo i giornali al contrario e guardo i miei errori che cambiano, perché mi piace credere che si aggiustino da soli.
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lunedì, 24 settembre 2007

O Valencia!

Bevi perché hai trovato quel foglietto o hai trovato quel foglietto dopo aver bevuto? E tra le domande incompiute, oltre a quelle che ronzano intorno a parole senza senso scritte in una grafia da bambino, ce ne sono altre, e più prosaiche. Il lavoro sembra una presa in giro: cosa sto facendo e a quale prezzo e perché qui. Qui è un posto senza nome che sto finendo per odiare. E dopo l'estate che mi è scivolata in mano lasciandomi solo polvere sul televisore e frasi assurde nelle orecchie -  poi ti paghiamo, è il tuo futuro e sarà bellissimo - ecco: dopo tutto questo c'è solo un letto sul quale accasciarsi. La settimana enigmistica da compilare ascoltando gli Smiths e la nostalgia delle domeniche mattina da svegliarsi tardi e chiederti ma facciamo pranzo o colazione? Io oggi sogno un aereo e scappare senza neanche voltarmi. Comunque, quando non sai cosa fare, non fare niente. Questo almeno dice mio padre.
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domenica, 26 agosto 2007

Tecniche di vita urbana

Non mi piace rimanere a casa la domenica, ma quando sono qui è l'unica cosa che so fare. Se non sono in giro per l'Italia (alle prese con treni sempre in ritardo), rimango tra queste quattro mura a far finta di pulire l'appartamento. Comincio con entusiasmo, metto a soqquadro gli armadietti di bagno e cucina, li pulisco con il detersivo blu a spruzzo con indosso i guanti di lattice da killer. Poi, a un certo punto tra il bucato da stendere e il mocio da passare, la stanchezza prende il sopravvento. Mi addormento circondata dalle parole crociate di Repubblica, accuratamente ritagliate dai giornali vecchi, compilate a volte per intero, ma mai a metà. Intorno alle cinque mi sveglio, mi ricordo che non ho pranzato e metto su l'acqua per il riso: l'unico alimento sopravvissuto a queste finte pulizie di fine estate.
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sabato, 28 luglio 2007

Smentita

Un'amica mi rimprovera che questo luogo sia diventato un'imbarazzante raccolta di lamentele. Smentisco. Questa sera parliamo di cose belle, per esempio.
Oggi al supermercato un vecchietto dalla faccia bianchissima e i calzoncini corti chiacchierava in milanese con la cassiera polacca. Si capivano alla perfezione. "Non vado in vacanza dal 1993, da quando ho fatto il mutuo", le diceva. Però rideva, era allegro, e di bello c'è stato lo sguardo di complicità che ci siamo scambiati.
Oggi ho comprato, perché le cose fatte bene è meglio finanziarle, il disco di Fionn Regan, che è un irlandese giovane e bravo. Dolce ma mai disperato, riempie la mia casupola di note perfette. Alla faccia di Damien Rice che ora se la tira così tanto da suonare in Conservatori o in posti improponibili come Castellazzo di Bollate.
Oggi sono a casa con le cosce appiccicate alla sedia di plastica Ikea, e scusate se è poco. Ma penso che tutto questo caldo, senza condizionatori o ventilatori di sorta, in un certo senso mi sta forgiando. A settembre sarò pronta per il Sahara.
Sabato scorso ero a Firenze. Ho sentito Vinicio Capossela dal vivo per la seconda volta. Sotto il palco, con Arianna che cantava accanto a me e da bere, preparato da Gaia, il vino e coca cola caldo in bottiglia di plastica. E lui che, dopo L'Uomo Vivo, ha fatto quel gesto bellissimo di abbracciarci tutti, tutti insieme.
Così, giusto per dire che può capitare anche a noi irrequieti di non voler essere da qualche altra parte. Si può essere felici - non semplicemente contenti - ogni tanto.
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sabato, 21 luglio 2007

Canzone dell'appartamento

Lascio che le cose mi portino altrove, non importa dove
Quello canta, regalo di tre ore di macchina con uno sconosciuto, e io sto qui a sorridere per il primo refolo di aria fresca - fresca! - dopo quattro giorni di caldo immobile e crudele. E poi, ascolto. Il chiassoso condizionatore del vicino e le tapparelle che salgono e scendono, a seconda di chi parte e chi resta. Passo la notte a spruzzarmi addosso l'acqua col vaporizzatore per le piante e a sognare cose strane. Come il matrimonio al quale non sono stata invitata o una fuga con galli neri tra le braccia. Ma la realtà, quella se ne infischia e corre più veloce di ogni possibile immaginazione. E allora, che altro fare se non chiudere gli occhi e lasciarsi andare?
Applico alla vita i puntini di sospensione, ché nell'incosciente non c'è negazione
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martedì, 15 maggio 2007

Explosions in the sky

Cosa ci stiamo a fare qui. E' un attimo. Poi la luce, prima arancione e poi brillante e poi di nuovo scura, copre per metà il palazzo specchiato di piazzale Loreto. Sono felice di annunciare di essermi arresa. Per dissimulare parlo di scarpe e di fiocchetti esasperati, del modo giusto di brandire un ombrello, di farmaci generici e colon irritabili. Sento la mancanza di chiedermi se abbia fatto la scelta giusta, ma forse non ne avrei nemmeno il tempo. Dimentico di portare giù la spazzatura, mastico una mela seduta sul bordo della vasca da bagno, rido al telefono con qualcuno che è poco più che un conoscente. Fuori la luce è ancora atomica. Di punto in bianco mi ricordo che mentre dormivo, in aereo, ho sognato il mio funerale.
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mercoledì, 11 aprile 2007

Cambio di stagione

Persino lui, di solito così pacato nei giudizi, si è accasciato sul sedile dell’autobus borbottando che questo “è un periodo difficile”. Nessuno ha osato dargli torto, nemmeno la meticolosa della porta accanto, quella laureata in Cambio di Stagione che ha già ripiegato i golf in buste di plastica tutte uguali e ha trovato la giusta tonalità di calze da abbinare alle ballerine in pelle morbida. Nel frattempo, e con molta sorpresa, io non so dove siano finite le solite questioni. Poco importa del resto se a casa ti aspetta di decidere sulla sorte del piumone. “Meglio un plaid leggero con pigiama pesante o mantenere il piumone e dormire con la finestra aperta?”. Dal suo sedile d’autobus il saggio, con una punta di sarcasmo, ha preso a smontare le mie proposte: “E' come accorgersi di aver messo troppo sale nella pasta e per risolvere metterci lo zucchero”. Meno male che a pochi metri dalla fermata gli è venuta in mente la decisione del suo amico della montagna, quello stava in casa in maglietta e a un certo punto aveva freddo. “Mi metto un maglione o bevo una grappa? Vada per la grappa”. Dunque è deciso. Stanotte archivierò il piumone ma, prima di mettermi a letto, mi concederò un cicchetto. Chissà che non capiti anche a me di sognare i numeri giusti.

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giovedì, 22 marzo 2007

Super!

Di solito ci riconosciamo dal cestino. E non è che lo si usi perché di roba da stiparci dentro ne abbiamo poca, ma perché non c’è una volta che troviamo una moneta da un euro nella tasca dei jeans. A cinque minuti esatti dall’ora di chiusura, il negozio è tutto uno sfilare di omini e donnine col loro bravo cestino carico di yogurt latte a lunga conservazione insalata in busta pollo a petti sughi pronti. Non manca mai che mi chieda come sarebbe, questa storia di prendere il carrello. Cosa accadrebbe se mi ricordassi delle manie ecologiste e avessi davvero - come mi riprometto ogni volta - i sacchetti di stoffa nella borsa sformata.
Ogni tanto mi soffermo troppo a lungo davanti al banco frigo, incerta sulla marca di ricotta da prendere, in bilico sulla scelta della bresaola che tanto è sempre troppo cara. Allora mi si raffreddano i pensieri ed è come se potessi non dover scegliere mai più. Poi qualcuno dice che il negozio sta per chiudere e intorno alle cassiere crescono file disordinate di cestini da impilare. E finisce che anche io mi metto in coda. Pur sapendo di aver scelto, come sempre, quella sbagliata.

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mercoledì, 14 marzo 2007

Come un tonno in scatola

Tanto lo so già cosa direbbe mia madre, a vedermi mangiare il tonno in scatola direttamente dalla scatola. “Mangia sistemata”. (Sistemata: aggettivo di cui le madri e le nonne panormite amano abusare per disintegrare autostima e pazienza delle rispettive figlie e nipoti). E lo direbbe con il suo tono più famoso, quello in bilico tra lamento e rassegnazione. Se poi ci fosse mio padre, inorridirebbe al vedere che il tonno in questione è al naturale, pescato probabilmente in Spagna o Marocco, ché lui solo Coalma coll’olio d’oliva. Sennò niente. “Una scatola di tonno all’olio la vuoi?” mi dice ogni volta che faccio i bagagli. “Amunì che queste di vetro a Milano non le trovi”. E via a infilare in mezzo a calze e mutande le solite buatte di tonno all’olio. Ma a Milano, di olio nel tonno non ce ne deve essere. Di zucchero nel caffè, figurarsi. Però il bello è che da quassù la mia città sembra bellissima. E quindi non stupitevi se io ci ritorno tra due giorni, con l’entusiasmo di chi per una volta non pensa a cassonetti sventrati, doppie file, autobus scassati e le facce, sempre le stesse, che sfilano di sera davanti alla tua birra.

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sabato, 03 marzo 2007

Tempo di domande

Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v'è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell'ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso,  se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza.
Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta
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domenica, 14 gennaio 2007

Neve dentro

Mi chiedevo che fine avesse fatto la neve, e mentre bevevo birra senza guanti ti sbirciavo da dietro il bavero del cappotto. I sogni sono un'altra cosa. Credo di averlo detto o forse l'ho solo pensato ad alta voce, perché comunque mi hai guardato di traverso ed è stato lì che ho cominciato a grondare spiegazioni. Nei sogni la gente torna sempre, ti guarda con occhi divertiti e dice che "è ridicolo, non puoi averci creduto sul serio". Nei sogni la gente torna sempre e non ha bisogno di bussare. In tasca ha le chiavi di riserva e non ha paura di te che guardi fuori dalla finestra, della neve che comincia a cadere e del fatto che alla fine non c'è nessun altro posto dove andare.
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martedì, 02 gennaio 2007

Sgarbi Quotidiani

Cosa vi succede? Io, per dirla tutta, ho una gran voglia di lasagne. Il perché invece stia mangiando riso in bianco in un piatto bianco sta tutto nella falsariga che ha preso questa mia esistenza. Non ho il latte in frigorifero e domattina alle otto meno cinque maledirò il mondo con gli occhi ancora foderati di cispa. Mi ustionerò la lingua dentro la tazza del tè che non si raffredda mai, soprattutto quando hai fretta. Ci annegherò dentro un cucchiaio di miele e appiccicherò il mondo con le mie mani collose. E ci penserò ancora, a quel come stai? che non è mai arrivato, a quelle parole di auguri che mi si sono strozzate in gola mentre annaspavo tra un rum e una noce che non riuscivo ad aprire.
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mercoledì, 27 dicembre 2006

Postumi

Si consuma tutto così in fretta che nello spazio di poche ore ci troviamo con gli occhiali gelati sul naso cercando di distinguere il numero dell'autobus da dentro il nebbione. Questo lunedì travestito da mercoledì è impacciato nel suo abito grigio da travet. Eppure la gente non è stufa perché sa che oggi è il giorno giusto per cambiare i regali sgraditi. Si aggira furtiva- perché sprovvista di scontrino - tra le vetrine e le commesse imbalsamate negli addobbi, parcheggia in doppia fila e sbuffa da dietro le sciarpe. E io, ogni tanto il respiro mi si fa denso nel gelo, le mani senza guanti pizzicano e protestano, mi guardo nell'acqua del naviglio che non riflette più niente. E mi accorgo che di questo Natale non voglio cambiare nessun regalo.
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lunedì, 18 dicembre 2006

Tempo di stage

Da qualche parte bisognava pur cominciare, e io ho scelto un grattacielo vista nebbia. Manca l’entusiasmo delle prime volte, perché di nuovo c’è solo il suono della sveglia – dannatamente mattiniero – e il percorso per tornare a casa – dannatamente lungo. Ci sono, abbondanti, mani da stringere e occhi smarriti che quasi ci si sente in colpa per essere lì, scusa il disturbo!, abusivi tra indaffarati e maniaci dell’ordine.  Ancora, una volta ancora. Le mie sono giornate di quelle che devi decidere, il tempo impone che si scelga. E allora bisogna ottimizzare. In metro leggo articoli scritti trent’anni fa, sogno un vicino di seggiola che abbia le fattezze di Luigi Tenco e stringo forte l’ombrello tra le mani. Per paura di qualcosa che c’è, ma che non faccio in tempo a decifrare.

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giovedì, 30 novembre 2006

Addominali

“Fare gli addominali è un esercizio molto più difficile di quanto si creda. Richiede una grande concentrazione”. Io lo guardo dal basso verso l’alto, incapace di mettere insieme in una sola frase due termini tanto distanti tra loro: “concentrazione” e “addominali”. Mi vedete? Sono in palestra, sdraiata sulla panca delle torture, e biascico parole di assenso all’indirizzo di due occhi castani, situati da qualche parte sopra un metro e novanta di elaborata perfezione. Lui verosimilmente si chiama Alberto, e se non ne sono tanto sicura è perché quando mi ha stretto la mano pronunciando il suo nome io ero troppo impegnata a riassestarmi la mandibola – spalancata in devota contemplazione - per capirci qualcosa. Quel che invece mi ci è voluto poco per capire è che Alberto è uno dei motivi validi – oltre ai quattrini spesi e ai chili accumulati – per mettere piede in quel concentrato di spocchia e vanagloria, mista ad anoressia e becerume, che è la mia palestra. Intendiamoci, eh, che la mia palestra la adoro (allenarsi con il famoso cantante che anche lui suda e arranca sulla cyclette non ha prezzo), anche se al bar non servono carboidrati nemmeno se gli punti una pistola alla tempia, anche se nello spogliatoio sono l’unica donna-mela in mezzo a una foresta di donne-sedano (geneticamente modificate, però, grazie all’ausilio di valide protesi in collagene e/o silicone).
Alberto, dicevo, è uno di quei simpatici garzoni con l’elegante polo nera riservata agli istruttori. (Che guai se li confondi con gli uomini dalle polo azzurre: quelli sono i personal trainer, tutti impegnati a lucidarsi i tricipiti e a squadrare il culo della pupilla cui offrono i loro servigi).
Gli istruttori sono dotati di fisico asciutto e tonico (menzione speciale va al loro derriére, poco noto alle leggi della gravità), ti chiamano “tesoro” o “amore” perché fa figo ostentare confidenza posticcia, hanno velleità poetiche e ogni tanto ti dicono frasi del tipo “l’attività aerobica è come il mare e il grasso è come uno scoglio. Il mare si infrange sullo scoglio e lentamente, ma inesorabilmente, lo smussa”.  Vaglielo a spiegare lo stress che si prova a girare con le bianche scogliere di Dover sulla panza…
E niente. Io sto ancora sdraiata sulla panca delle torture quando Lui mi fa: “Allora tesoro, li senti?”
Boccheggio ormai, ma non posso non togliermi questa soddisfazione: prolungare il più possibile l’agonia su questa panca vista figo. “Non ne sono troppo sicura”, dico. Preso a compassione, il BS (bono supremo, come è stato gentilmente soprannominato dalla mia amica E.) si avvicina e, con un gesto lento e disinvolto, solleva con due dita i lembi della polo nera. “Ma certo, tesoro! Non hai respirato bene. Fai come me. Vedi, qui – si tocca l’addome marmoreo - come si tendono gli addominali?”.
Non credo di vedere. Non credo di vederci proprio. Devo essere svenuta.
“Se non respiri bene ti si forma una bolla proprio qui – tocca la mia sacra scogliera di Dover – e anche qui, capito tesoro?”.
Ho capito, sono pronta. Alberto, avevi ragione tu: fare questo esercizio richiede una grande concentrazione. E io adesso sugli addominali mi sento concentratissima. Sui tuoi, però.

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martedì, 17 ottobre 2006

Palestra

Così si parlava di un intero anno milanese e di come, in un certo senso, ci abbia reso più adulte. E anche più dure, probabilmente. Se poi penso che per me gli anni trascorsi qui sono quasi due, mi prende un senso di sconforto che non so definire. C’è dell’incompiuto, in tutto questo armeggiare con i ricordi e con le somme da tirare. E in fondo c’è dell’incompiuto in me e nelle mie aspirazioni da rotocalco, se dietro a un mascara malandato mi si bagnano gli occhi al pensarmi di nuovo sperduta. Così ha fermato la macchina, ma senza spegnere il motore. E ho pensato che qui si fa fatica persino a trovare il tempo per raccontare le proprie frustrazioni a chi sappiamo non le giudicherà. Così ho aperto un poco lo sportello e volevo dire che comunque sarei stata orgogliosa di lei qualsiasi cosa avesse fatto, e che casomai un volo intercontinentale per reggerle il velo in Argentina non sarebbe stata poi una così grossa spesa. Almeno non quanto vederla sbiadire qui, a smettere di provarci. E provarci, e provarci ancora.

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giovedì, 17 agosto 2006

Lato b

Di buono c'è molto, non fraintendetemi. Innanzitutto lo yogurt alla nocciola per cena, poi la musica che dico io quando lo dico io al volume che pare a me. La bicicletta, quella è tra le prime cose belle. Mi porta al lavoro in quindici minuti netti - senza calcolare il tempo che impiego per districare le ruote dall'infernale oggetto che qualcuno mi ha spacciato per catena - passando per campi coltivati e curve dolci, affacciate su prati pieni di ortiche. Di buono c'è la pioggia, che quando torno a casa dopo che è appena piovuto, dal parco arriva odore di terra e aghi di pino e il vapore mi appanna leggermente gli occhiali. Poi adoro le ferie degli operai che lavorano al cantiere sotto la mia finestra. Avevo dimenticato che fosse possibile svegliarsi senza il suono dei martelli pneumatici. Di buono ci sono gli amici, quelli che si alzano tardi la mattina ed escono ancora più tardi la sera perché nei giornali funziona così. Quelli che ti portano nei chiringuitos e all'opera, quelli che ti fanno imbucare alle feste e ti preparano da mangiare a mezzanotte, quelli che andiamo in due sul motorino ma il casco ce l'hai?, quelli che ti piombano in casa quando stai per andare a dormire, quelli che ti organizzano la vacanza oltreoceano e quelli che stasera usciamo, e non si discute.
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venerdì, 04 agosto 2006

Puoi morire

La filosofia di vita che va di moda a Milano d'agosto è che puoi morire prima che qualcuno venga in tuo soccorso. E non c'è modo di lamentarsi: il calvinismo imperante, che si respira anche dalle esalazioni degli inquietanti bocchettoni della metropolitana, impone di rispettare il riposo dei giusti, in coda da qualche parte tra Roccobilaccio e Barberino del Mugello. Devi solo tenere duro per trentuno giorni, sperando che i tuoi denti non si guastino, le tapparelle non si inceppino, le tubature non esplodano o le chiavi evitino di spezzarsi nella toppa. Tutto deve filare nel giusto verso, a Milano d'agosto.
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martedì, 01 agosto 2006

Ottimismo

Non sono il tipo di persona che ci si aspetterebbe di trovare qui, in questo periodo dell’anno. Non ho una sigaretta tra le dita mentre tento di aprire la porta di casa, con dentro improvvisamente nessuno ad attendermi. Non ho una macchina di seconda mano da parcheggiare in questo bengodi di marciapiedi deserti. Non sono esattamente incline a vedere il lato positivo delle cose e non possiedo  telecomando, condizionatore e nemmeno il freezer con relativa vaschetta di gelato. Ho del vino bianco freddo, però. Una tessera del negozio di dvd piena di quattrini, dimenticata dal coinquilino transfuga. Libri comprati con lo sconto sullo scaffale impolverato e, nella dispensa, risotto in busta per le emergenze. Ho una spiccata tendenza all’autolesionismo e una bicicletta finalmente riparata. Posso ascoltare ogni goccia di pioggia cadere piano sul balcone, e sorridere perché finalmente stanotte dormirò.

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lunedì, 24 luglio 2006

Silent alarm

Non diciamoglielo, ché è meglio. Anche se è vero che in questa estate - che è la più brutta degli ultimi venticinque anni -  mi capita di scoprire una Milano amabile come non mai. E va bene così, anche se oggi mi sono svegliata e mi veniva da piangere perché tutto questo cemento incandescente poi finisce che ci si scoppia dentro. Anche se quando la metropolitana si è fermata per venti secondi nel buio del nulla, e dentro il vagone irrespirabile c'erano non meno di quaranta gradi, ho creduto che fosse giunto il momento di togliermi lo sfizio e scoprire cosa si prova quando si è presi dal panico. Puro e semplice come l'inferno.
Pazienza perché poi la sera, quando le zanzare si svegliano e nei marciapiedi si cammina come su materassi ad acqua, si scoprono i parchi con dentro capanne e musica e drink sufficientemente stordenti. Incredibile ma vero, si muove il deretano al ritmo di hip hop, si annaffiano con abbondante autan conversazioni tortuose e divertenti, si scopre che si possono avere amiche con le quali non serve spettegolare. Si fa di tutto per starci bene, insomma. Nonostante gli allarmi, che rendono quella estiva la stagione più umiliante per il mondo giornalistico italiano.

Allarme caldo, allarme allagamenti, allarme siccità, allarme fulmini, allarme tifosi, allarme incendi, allarme sequestri, allarme intercettazioni, allarme scioperi, allarme inquinamento, allarme traffico, allarme guerra atomica, allarme che se feriscono un italiano finalmente ci ricordiamo che in Libano ne muoiono almeno cento ogni giorno, di esseri umani.  Allarme.

Adesso capisco perché i veri intellettuali le vacanze le schifano e odiano. Forse è per questo che non ne ho (vacanze. Ma nemmeno a intellettuali sono messa bene, eh).

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domenica, 29 gennaio 2006

Come la neve (breve post melò)

La cosa più triste della neve cittadina è che si scioglie in fretta. Le bastano poche gocce di pioggia, un paio di gradi in più e qualche manciata di sale grosso sparso bene. E così, tanto per fare un paragone di quelli melensi che mi piacciono tanto, anche il mio cuore è pieno di grandi illusioni che stanno per sciogliersi.
                                                                                           Neve al parco

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Cialtronerie in salsa neo romantica